Ogni mese aspetto il sangue, impaurita, perché se arriva, significa incapacità. Sono stata di nuovo incapace di esaudire le attese altrui, che sono divenute mie.
Ero solita pensare al mio corpo come a un veicolo di piacere, o a un mezzo per spostarmi da un luogo all’altro o uno strumento per compiere la mia volontà. Potevo usarlo per correre, premere pulsanti di qualsiasi tipo, per far sì che succedesse quello che mi era necessario. C’erano limiti, ma il mio corpo era, ciò nondimeno, agile, leale, solido, tutt’uno con me.
Adesso la carne si dispone in modo diverso. Sono una nube congelata attorno a un oggetto centrale, in forma di pera, duro e reale più di me stessa e che riluce di rosso entro il suo diafano involucro. Dentro c’è uno spazio, vasto quanto il cielo di notte e altrettanto buio e ricurvo, sebbene rosso-nero più che nero. Puntini di luce si espandono, scintillano, scoppiettano e avvizziscono all’interno, innumeri come stelle.
Ogni mese c’è una luna gigantesca, rotonda, pesante, un presagio. Transita, sosta, prosegue, scompare alla vista, e vedo lo scoramento venirmi incontro come una carestia. Sentirsi così vuota, daccapo, daccapo. Ascolto il mio cuore, onda su onda, onde salate e rosse, che segnano il tempo.
(Il racconto dell’ancella – Margaret Atwood)


